Davide e Golia (o “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che vende”)

nyanAvvantaggiata dal mio già consolidato status di donna impopolare, oggi vorrei fermarmi un secondo a meditare su un episodio che mi è successo palleggiando da una libreria all’altra del comprensorio forlivese-cesenate-bolognese. Risulta e succede che a gennaio dovrò cominciare il corso monografico sulle Cronache di Narnia con i miei ragazzi di seconda. Risulta e succede anche che qualche maledetto fellone che si è beccato un numero spropositato di maledizioni basche su se stesso/a e le sette generazioni a venire, dopo aver immeritatamente ricevuto il mio tomo completo delle Cronache di Narnia in inglese, ha fatto perdere le proprie tracce e non me l’ha mai restituito. Ohibò, dico io, e ora come faccio, stante che sono una dinosaura astigmatica e non riesco a utilizzare i supporti di videolettura per più di dieci minuti senza trasformarmi in Nyan Cat?

Beh ma che sarà mai. Vado a ricomprarlo. Voglio dire, nell’era di Cinese e Russo L2, figurarsi se non tengono una copia di Lewis da qualche parte nella sezione inglese. Comincio a contare: novecentododici copie di Hunger Games. Altrettante copie della successiva saga, illustrata (ma peggio) dallo stesso poraccio che aveva curato le tre copertine di quella di Katniss. Le prime ristampe di Divergent, perché adesso che Tris ha la faccia di Shailene Woodley, fa brutto non averla in luce soffusa con il tatuaggio in Full HD. Un numero di copie di 50 shades da far star male un ambientalista. Tomi su tomi di Games of Throne rilegati in pelle umana con borchie di ossa di drago vere e autografate da Tyrion Lannister.

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Uno sparuto, piccolo volume dello Hobbit. Perché in fondo, anche se Peter Jackson ci ha buttato in mezzo la storiaccia d’amore fra Legolas e Pollyanna [cit.], comunque al cinema c’è, poi fa brutto non averlo. Cerco The Lord of the Rings, per curiosità. Niente. Però Sophie Kinsella e tutte le sue damigelle di Tiffany sì, eh. C’è una fila di libri color lavanda su panna che dopo averli guardati ti devi per forza misurare la glicemia. Cerco più in alto, che magari sono io che non ci vedo bene. E invece più su c’è solo la carovana di libri spagnoli, il tipico taglio editoriale, ovvero solo i più pesanti del mondo.

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Allora mi viene da pensare. Non è bello ciò che è bello, ma è bello ‘sti gran c*zziVoi mi state dicendo che non avete The Chronicles of Narnia perché non vende tanto quanto Un regalo da Tiffany? O che è più giusto che ci sia anche la lista della spesa di Suzanne Collins che non il povero vecchio Tolkien? Ditemi almeno che non vi piacevano i suoi pantaloni di corduroy, se fosse per questo penserei che siete scemi, ma capirei. Sono una donna, posso accettarlo. Non posso invece accettare che la crisi dell’editoria, una crisi di tipo economico, innanzitutto, debba tradursi (ohohoh) necessariamente in un impoverimento generale della qualità della proposta editoriale. Ripeto, non faccio nomi perché non ho sbatta di farmi inseguire dagli sciacalli web che mi ingiungono di togliere il post (perché per ristampare Tolkien o Lewis o la O’Shea i soldi non ci sono, ma per scandagliare i meandri dei siti internet sfigati come questo che parlano male di loro, sarebbero disposti ad assumere anche un sicario prezzolato pagandolo tanto oro quanto pesa), ma si trattava di TRE diversi grandissimi editori italiani. Che ti dicono che ci vogliono dai 40 ai 50 giorni per far arrivare il tuo libro dai loro magazzini. Di Roma. Altrimenti, se vuoi il corriere, te lo devi pagare da sola*. Minchia ma in 40 giorni ci arrivo a piedi, a Roma, e mi danno anche la Compostela se faccio il bagno nel Tevere, che se ci esco viva sono anche immune all’ebola. 40 giorni se mi mandate un pony express su un Ciao da Taipei, potrei capire. Per quella data, probabilmente i miei di prima staranno discutendo la tesi di triennale, just sayin’.warwickshire_childrens_university

Ma soprattutto. Vi lamentate della crisi del settore, quando il settore lo riempite di melma. Vi lamentate che la gente non legge più, ma riempite corridoi interi di libri tutti uguali (perché dovrei leggere due Kinsella, quando con uno mi sono imparata l’intera bibliografia che nemmeno con il Bignami ci si riesce così in fretta?). Vi lamentate che i grandi classici non si vendono più, quando la verità è che non si comprano più, per vostra mancanza. Buttate tasse a caso per cercare di pararvi le terga e portare a casa la baracca. E poi sarebbe Amazon che ammazza l’editoria.

Sapete che c’è?

Ve la meritate, la crisi.

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Wendy

 

*Estratto della conversazione con il direttore di una delle librerie incriminate.

NB per il mio amico Master: Divergent mi piace ancora eh.

One thought on “Davide e Golia (o “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che vende”)

  1. “C’è una fila di libri color lavanda su panna che dopo averli guardati ti devi per forza misurare la glicemia.”
    May you be blessed!

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