The Chronicles of SalTo: There and back again

Spero di non fare la parte della sdolcinoide sentimentale della compagnia, ma temo ahimè che finirò per esserlo, quindi se soffrite di glicemia alta non andate avanti a leggere. Oggi si è conclusa l’edizione del Salone del Libro di Torino 2014, il mio primo salone di Torino. Cosa che fa di me una mezza calzetta, probabilmente, ma che dall’altra parte mi fa sentire ancora una giovane neolaureata di splendide promesse, invece che la babbiona leggermente cariatide che sono (specialmente visto che vivo con gente dell’età della mia sorella piccola). Devo ammettere che ho un mea culpa da fare.

A Torino funziona così, almeno se ho capito bene: la vita è un’arte, anche andare in bagno a tagliarsi le unghie dei piedi è un’arte, ognuno sostanzialmente può essere ciò che vuole, c’è questa sensazione di promessa sempre in via di realizzazione che renderebbe questa città la New York d’Italia se solo al posto dei vari Carli, Alberti, Emanueli, e Filiberti le strade avessero come nome i numeri progressivi, e se al posto della bagna càuda si mangiasse più ketchup. Ovviamente, per l’avversione che ha scandito ogni minuto dal mio arrivo a novembre fino al mese scorso, questa promised land è immediatamente entrata a far parte della mia personalissima “Lista Meteorite“, ovvero tutte le cose (ma più spesso le persone) che mi incaricherei personalmente di posizionare sotto un meteorite in apocalittica picchiata verso la Terra.

Non sono andata al Salone con l’animo bendisposto e speranzoso dei giovani neolaureati ai quali tento disperatamente di assomigliare (e comunque non sono rughe, è che ho un sorriso che lascia il segno). Sono andata al Salone perché A) era obbligatorio per il mio master, anche conosciuto come croce e delizia al cor  (ma che, Verdi aveva frequentato Traduzione Avanzata pure lui?); B) volevo dire un grande ciao a Ilide Carmignani. Ma come sempre succede, la vita non perde un’occasione per ribaltarti come un guanto.

Non pensavo di trovare tutto quello che ho trovato, in una fiera organizzata da un settore a quanto dicono morente, pieno di gente a quanto dicono montata, oltretutto tenuto in Piemonte (ché, senza voler fare polemica, è risaputo che i più simpatici d’Italia non stanno fra il Po e la Dora, ma fra il Ronco e il Marecchia).

Per esempio, ho imparato che a Lingotto il cellulare non prende. Mai. E anche se c’è quel babbeo che vorresti tanto sentire, non si può sentire nessuno. Neanche le coinquiline per avvisarle che torni a cena, con evidenti conseguenze catastrofiche per il delicato equilibrio del mondo. Ebbene, far aspettare Facebook, Twitter e la casella mail è stato tremendamente riposante per il mio cervello e utile per la mia vita sociale. Appena avrò abbastanza soldi, mi comprerò un addetto telecomunicazioni che gestisca tutto questo al posto mio, inclusi i post di questo blog (così verranno fuori meno lunghi).
Ho imparato che non esistono buoni propositi di spesa, se vai in una fiera di libri e nella vita fai la traduttrice. Sarebbe come sganciare mio babbo nella fiera dei trenini giocattolo e dirgli di portare il resto. Quindi per la settimana prossima, ceci sgocciolati e pasta all’olio.
Ho re-imparato che a tradurre poesia sono brava quasi quanto a calcolare un integrale differenziale, e che si sappia che il nome l’ho cercato su Google perché pensavo si chiamassero integrali differenziati. Che invece sono quelli che smaltisci nel bidone dell’umido.
Lomogram_2014-05-12_02-29-17-PMHo notato che se ti presenti alla cassa con il libro Un onesto porco, la cassiera necessariamente riderà, e tentare di spiegarle che si tratta di un regalo sarà soltanto peggio.
Ho appurato che il libraio della mia libreria preferita, se mi vede elegante, truccata, e senza taccuino e penna (e capelli zuppi di pioggia, NdT), non ha la più pallida idea di chi io sia.
Ho capito che l’ingrediente fondamentale per lavorare in editoria è un metro e mezzo di faccia da culo. Il che probabilmente equivale a dire che per lavorare in editoria dovrei essere mia sorella, che però fa il chimico e talvolta presenta la stessa capacità testuale e linguistica di un Homo Erectus (ma sa creare il nylon a mano, sorgina, sorgina, irpudi irzina).
Ho intuito che il giorno migliore per proporsi a un editore è l’ultimo della fiera. Chi ti tratta bene il lunedì, dopo essere stato in piedi e sorridente per cinque giorni, sa il fatto suo e probabilmente non ti sta sorridendo per circostanza. A fare i belli di giovedì sono capaci tutti.
Lomogram_2014-05-12_11-20-55-PMHo scoperto che un amico o due che si prendono la sbatta di accompagnarti mentre tu giri fra gli stand come una pallina da flipper (perché lo stand di Marcos y Marcos è arancione fluo, ma tu dopo cinque giorni ancora ti perdi fra la fumettistica per trovarlo) sono la cosa più cara al mondo. Che con una spalla su cui ridere, anche il brizzolato editore incravattato in chiara sindrome premestruale che ti passa davanti alla fila del caffè si sopporta meglio, anche se come cantava Alanis Morissette, Chivalry is dead (but it’s still kinda cute). Che arriva il giorno in cui sei tu a dover spingere l’amica che fino a quel momento ti ha sostenuto, e allora i padiglioni si rigirano tutti anche con tre menischi su quattro. Lomogram_2014-05-12_11-16-28-PMChe nel settore della Santa Sede è pieno di sedie a rotelle e passeggini, e la gente sorride.
Che c’è un tuo ex collega in uno stand dietro al cupolone, con il quale puoi farti un sacco di risate quando la caffeina scende. Che si può piangere per una lettura di Susanna Basso. Che due baci di Costanza Miriano e un pugno di Julián Carrón sono preziosi come un rinforzo in trincea.

Io mi sono sempre sentita dire che l’editoria è un settore se non ancora morto certamente ben avanti con l’agonia, ed effettivamente ho conosciuto gente, anche in questi giorni, davanti ai quali l’unico commento possibile era un enorme Tell me why? stile Backstreet Boys. Però io tutta questa morte imminente non l’ho proprio vista (se si esclude quella che mi stava prendendo davanti allo stand di Resta con me, Edward). Ho visto molto bene, invece, il vivace ed eterogeneo brulichio di una cultura che non ha chinato la testa e che, diciamocelo, non lo farà affatto presto, nonostante gli spaterni di noi Drama Queens del settore che ci crogioliamo nella nostra leopardiana visione dell’esistenza tutta (promemoria per tutti: basta lamentarsi!). Al mondo c”è troppa bellezza perché possiamo rinunciarci, ed è troppo evidente perché anche i più deficienti non arrivino a vederla. Tipo me, ad esempio.

E come dice il buon Papa Francesco, ospite d’onore per interposta persona:

La Bellezza educherà il mondo.

Lomogram_2014-05-11_11-01-40-PM

All’anno prossimo

Wendy

4 thoughts on “The Chronicles of SalTo: There and back again

      • Posso rispondere in qualsiasi modo ad una di queste domande senza rischiare la morte? Tipo che la prossima volta metti l’arsenico nel mio piatto di pasta invece del vino?

  1. Sono tornata a leggere questo post dopo mesi. Ti farò sapere se, con la mia bradipica capacità di reazione, è riuscito a smuovere la mia momentaneamente leopardiana visione dell’esistenza.
    Ma per adesso, grazie.🙂

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