Memorie di una Ninja – Translator goes to Mediation

Barbie business

con l’unica differenza che la mia borsa era verde.

Una donna molto saggia una volta ha detto alla propria figlia cinese che il Signore non fa mai niente per caso. Nella fattispecie, glielo stava dicendo perché la bambina voleva a tutti i costi indossare i suoi occhiali da sole, e nonostante da brava asiatica fosse sprovvista di caucasico setto nasale sporgente, era talmente emozionata che sorrideva con tutte le forze e gli occhiali riuscivano ad appoggiarsi sugli zigomi, che invece possedeva in grandi quantità.
Il motivo per cui cito questa frase, tuttavia, non ha niente di così tenero o romantico. Mi riferisco più che altro alla drammatica presa di consapevolezza che ho raggiunto questa settimana dopo tre lunghi, estenuanti giorni di fiera. Il Signore non fa mai niente per caso. Vorrei anche utilizzare questi cinque minuti del vostro tempo per ripetere alle mie tre compagne di corso, le quali il primo giorno di magistrale mi hanno insultata appena varcata la porta dell’aula di Traduzione, che veramente, posso non essere un drago nel 90% degli ambiti di vita, ma una scelta giusta in vita mia l’ho fatta. Ed è stata quella di NON studiare interpretazione.

Partiamo dal fatto che un mediatore non gode dei vantaggi di cui gode un traduttore in termini di “statemi lontani e non scassatemi le balle“, cosa che nel mio caso rappresenta il fattore zero, come lo sci per i piemontesi. Non rompetemi l’anima mentre lavoro. Mi piace stare da sola, mi piace isolarmi, mi piace gestire il mio tempo come meglio credo ed eventualmente essere l’unica malnata con cui posso prendermela se le date di scadenza sfuggono di mano o la qualità del lavoro è scadente. Non dipendo dal mestruo di nessuno e, soprattutto, nessuno dipende dal mio. O dai miei capelli pettinati a cipolla. O dal mio pigiama e dalla mia tazzona di tè, per i giorni veramente intensi. L’interprete più fortunato ci mette la voce, come minimo. E parliamo del simultaneista, che comunque sta nascosto in una cabina, ma per arrivare ad essere quello che è si è scalpellato la testa all’altezza della fontanella talmente tanto da scindere i due emisferi.
pMAT1-14877099enh-z6Ma l’interprete bilaterale, dicevo, quel poveraccio. Quello deve parlare con la gente. Stare a sentire tutte le miserie, e le lamentele, e le geremiadi, e “oh la crisi, mannaggia” dei clienti internazionali dei tre quarti del mondo civilizzato. Sì perché adesso l’interprete bilaterale non si chiama più così, né mediatore, ma “interprete trilingue“, cosa che praticamente autorizza chiunque a rivolgergli parola, tanto di lingue ne sa tre, quella specie di macchina semi invisibile vestita da pinguina che prende appunti un passo indietro. Parliamo pure delle ultime regolamentazioni europee in materia di coloranti alimentari, con la fiera degli zoccoli di legno ci sta benissimo, no? Il trilingue deve sorridere. Non deve soffrire di cali di pressione, e se per caso ne soffre e deve ricorrere alla liquirizia per non stamparsi a decoupage sulla moquette dello stand, deve scappare in bagno ogni ora per lavarsi i denti, perché l’alone giallastro delle Saila fa brutto, appunto, quando è ora di sorridere. Il trilingue non deve mandare a cagare i cinesi e i russi (e sappiamo tutti di quante unità di persone stiamo parlando) che vengono in Italia ma non parlano né italiano né inglese. Barbari mediterranei collassati dalla crisi, noi non ci abbasseremo al vostro volgare linguaggio, imparate cinese e russo, che sono due lingue così facili, fra l’altro.
Il trilingue deve stare in piedi sui tacchi. Stiamo parlando di turni di nove ore, ma guarda Barbie, che sui tacchi ci passa l’esistenza eppure sorride, cosa fai, ti lamenti? Il trilingue deve salvare il mondo quando i greci stanno per concludere l’affare e ops l’espositore si ricorda del piccolissimo omissis che manda tutto in vacca e rischia di far finire la trattativa in una rissa da saloon. Il trilingue è un soprammobile, tranne quando mette in tasca i quattro clienti migliori della fiera, che gli espositori non si sarebbero mai filati perché “cosa diavolo è il settore delle bomboniere, nel nostro paese non esiste niente del genere”, o “ma devo veramente fare affari con questo distributore di Torino? Sei sicura che a Torino siano interessati al mercato sportivo?”. Cartellino rosso per voi, e fino alla fine, forza Juventus.
barbieIn barba all’istinto di morire, il trilingue segue l’espositore come un cagnolino fedele durante le ultime due ore e mezza di fiera per andare a trovare gli ultimi tre potenziali clienti, e dopo solo un’ora di trattativa incrociata torna a casa con un bottino di biglietti da visita, fogli di gel di poliuretano, caramelline turche e emicrania buono per un anno intero (non senza aver parlato in spagnolo con il fornitore turco e in inglese con quello spagnolo, ovviamente). Il trilingue figo porta la bottiglia di vino locale a fine fiera, per ricordo. E se ne va, sorridente nonostante i tacchi gli abbiano ridotto tibie e femori come due parentesi graffe e consapevole di aver speso in caffè e liquirizie più di quanto non si sia messo in tasca in tre giorni.

Rievocando questi ricordi fra un moment e l’altro, uno stiramento alle gambe e l’altro, un sogno in spagnolo e uno in inglese, mi viene sempre in mente la geniale battuta del traduttore che entra in cabina dall’interprete:

T – Wow man, how can you do it?
I – You know, a lot of practice, plus having my brain set on two languages and two functions simultaneously, being able to listen and reproduce at the same time…
T – No, I meant, how can you do so many mistakes without feeling mortally ashamed for it.

Vi voglio bene, colleghi interpreti, giuro.
Ma come diceva mia mamma, mi piace giocare al gioco dell’uva: ognuno a casa suva.

migraine_barbie_has_snapped

Wendy

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