Xanax-Orium pt.3: De gustibus disputandum est.

Innanzitutto bentrovati. Scusate la latitanza ma mi trovo in un momento di lavoro particolarmente crudele, non facilitato oltretutto da:

a) rottura macchina dovuta a batteria che perde acido come Toad degli X-Men.
b) Rottura schermo del Mac, che ora si chiama SpiderMac ma che di recente è diventato VENOM perché perde cristalli liquidi neri. Sto studiando una certa forma di divinazione del cristallo liquido a seconda dei colori e delle trasparenze che assume, quando giungo a risultati scientificamente attendibili vi faccio un fischio.
c) Esaurimento nervoso. Stante che ne faccio due all’anno, questo 2014 è partito maluccio ma da qui in avanti prevedo molta discesa (pia illusione).
Diciamo che lavoro, vita e cuore spalmati su quattro città diverse d’Italia, con percorrenza minima di due ore con Trenitalia, sono impegnativi anche per la supereroina multitasking quale che io non sono. Quindi figurarsi cosa sono per me.

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Ma nei rarissimi momenti in cui non lavoro, non viaggio in treno o non dormo (voi non sapete quante ore di sonno siano necessarie per recuperare un esaurimento nervoso. Secondo me la medicina tradizionale definisce la catalessi appena qualche decina di minuti in più rispetto a quello che sto dormendo io da tre giorni a questa parte), mi capita, mio malgradissimo, di interfacciarmi con colleghi più o meno illustri e con risultati più o meno felici. E se, ad esempio, fare ore di fila al Tribunale di Torino per legalizzare le proprie traduzioni si rivela sempre un’esperienza simpatica (collega mora con il bluetooth, io Le voglio bene!), ci sono altre circostanze nelle quali purtroppo le gonadi di sfrangiano con tutta la potenza di cui sono capaci.

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Il fatto è, in estrema sintesi, che viviamo in un mondo di merda. Non parlo unicamente della difficoltà di un settore che somiglia a una piscinetta gonfiabile popolata da squali, perché sto capendo che sarebbe così anche se facessi la macellaia (cosa che ho seriamente pensato di fare, in questi mesi). Sto parlando in generale: sto esprimendo il mio disappunto estremo per un mondo in cui il funzionamento base è che “se per me questa cosa vuol dire X, allora è X”, principio secondo il quale la realtà intera si storpia adattandosi al mio volere, e per il quale saremmo tutti pronti a vendere anche nostra madre. E invece questa è una menzogna.

Il mestiere del traduttore è un’attività artigianale, e su questo siamo d’accordo. Di spazio per la personalizzazione ce n’è a bizzeffe, volendo. Ma un artigiano ha delle regole alle quali non può sottrarsi neppure volendo. Un pasticciere non si metterà a preparare dolci con la segatura perché la torta margherita è più buona con un tocco di aroma di pino mugo. Un intagliatore non si sveglierà la mattina deciso a scolpire il legno con le posate di plastica perché in linea di principio il compito che svolgono è più o meno lo stesso degli scalpelli. Un gioielliere non prenderà ad un certo punto l’iniziativa di incastonare punte di matita su basi di platino perché a livello molecolare sono la stessa cosa.
Di conseguenza, non capisco perché i traduttori si abbarbichino con cotanta convinzione alla frasetta “eh ma io l’ho capita così/l’ho interpretato in questo modo/per me vuol dire così“, nascondendosi dietro al dito che “in fondo, ogni traduzione è giusta“.

Rendiamoci conto. Non è vero.

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E ve lo dice la regina delle traduzioni raffazzonate e a incastro, che proprio non ci stavano ma che poi con una piroetta da pattinatrice professionista voilà come filano bene. E l’autore è lì che ti guarda con un po’di compassione, perché ti sei fatta venire il sangue al naso per far quadrare un cerchio che non era né un quadrato, né un cerchio, ma un uovo di struzzo. Il problema è che nessuno ha mai il coraggio di dire “uovo di struzzo”, e io questa cosa non la capisco. Non è possibile che davanti a un uovo di struzzo diciassette persone dicano diciassette cose diverse. Se è un uovo di struzzo e tu dici “copertone della bicicletta”, non dovrei avere neanche bisogno di sottolineare il fatto che stai dicendo una fresconeria. Invece non solo c’è bisogno, ma tante volte puntare il dito contro l’errore  è visto come una sorta di pazzia, la solita storia della bambina dei Vestiti nuovi dell’Imperatore, che ommioddio si è permessa di dire che l’imperatore era nudo come un verme.
Chiamatela grettezza, chiamatelo oscurantismo, ma a me hanno insegnato che la verità è una, e che se la verità è 100, ogni cosa dallo 0 al 99 incluso, per quanto somigliante, è una menzogna. E perciò basta con questo buonismo da caramelline “va tutto bene, è tutto bello”.

Fidatevi dell’esperta: professionalmente parlando, sentirsi dire ogni tanto “hai fatto una merda” fa molto meglio di quanto non si pensi.
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(Scusate la grande quantità di Wonder Woman, ma avevo bisogno di tirarmi un po’su di morale)

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