Presepe in casa Wendy

Madre entra in casa con la grande scatola Ikea di plastica trasparente. Un’occhiata rapida al contenuto e Uno sente l’istinto di fuggire di casa al grido di “Non mi avrete mai viva”. Tre sovrintende ai lavori incuriosita, tenendo in braccio la pecora di peluche. È assai probabile che durante tutti questi anni abbia osservato i lavori dai suoi due metri di distanza studiando un modo per infilare la bestia di pelo sintetico in mezzo alle sue colleghe di plastica dura. Una volta, molti anni prima, si era seduta lei stessa, fra le statuine. L’ingombrante pannolino non aveva graziato le figurine di legno antico, che ora somigliano a una sfilata di veterani del Vietnam. Tre alle volte sa essere davvero crudele.
Arriva il Gigante, brandendo il cartone foderato di carta vellutina verde, seguito da Due al piccolo trotto, che sorregge i fili di lucine con lo stesso affetto con cui Tre abbraccia la sua pecora. Due sa che il lavoro dei veri duri tocca a lei. Uno si sdraia a letto e afferra il primo libro che le capita. Finge di leggere, ma in realtà tende l’orecchio per ascoltare gli alterchi provenienti dal salotto, nonché il preciso elenco in ordine alfabetico di tutti i sassi che Madre, durante gli ultimi ventisei anni, ha raccolto dalle varie vacanze in montagna con lo scopo preciso di rendere il paesaggio di Betlemme il più simile possibile a quello di Cortina d’Ampezzo. Così la Madonnina bionda non si sentirà fuori luogo. Puntuale come tutti gli anni, dal cantiere si alza l’urlo che la richiama alle armi: «LA STAGNOLAAA!». Si alza lentamente, solennemente, come un chirurgo. Infila le ciabatte che le stanno scomode (Due ha il brutto vizio di rubargliele e deformarle), si reca in cucina, afferra il rotolo di carta d’alluminio ed entra in salotto sorreggendolo come se fosse il Santo Graal.
Due sta sapientemente collocando le lucine in mezzo al miriagrammo di sassi e ciottoli del Trentino. La sola entrata di Uno l’edonista le ricorda che il filo non si deve vedere per nessuna ragione al mondo. L’alternativa è venire violentemente defenestrate sul glicine della casa sottostante. Le dita da bambolotto di Due si muovono velocemente, sollevando sassi e provocando frane e smottamenti accidentali, prontamente parati al volo da Madre, che come tutte le madri vigila scrupolosamente sulle sue creature. Uno allunga la carta d’alluminio a Madre, la quale ne strappa un pezzo, lo concia come un abbassalingua argentato e lo spiaccica contro la pietraia. Uno alza gli occhi al cielo. «Per favore, spostati». Nel frattempo, Tre ha tirato fuori tutte le statuine e gli infinitesimali accessori da Barbie Nativity che Madre ha trovato non si sa bene dove durante lustri e lustri di razzie a negozietti e bancarelle, molto probabilmente sempre a Cortina d’Ampezzo. Quest’anno le figure sono state suddivise in gruppi concettuali: pastorizia, artigianato, allevamento, agricoltura.

Il famoso miracolo della moltiplicazione delle piade e dei sardoni.

Il famoso miracolo della moltiplicazione delle piade e dei sardoni.

Quel presepe è il posto più democratico al mondo, c’è veramente posto per tutti. C’è il venditore vegan con la sua carriolina di frutta e verdura, e di fianco l’omino che prepara i ciccioli, affiancato da una fila di maiali mossi da inspiegabili istinti suicidi. Ce n’è uno che prepara la polenta, piatto tipicamente israeliano-palestinese, con la divisa da cuoco rubata a Gordon Ramsey. C’è un numero imbarazzante di pecore che tutti gli anni vengono disposte in sinistre forme circolari dagli alieni che atterrano vicino all’ansa del fiume di carta argentata. C’è la lavandaia che è stata dotata di cestino con micro ritaglio di pile dentro, retaggio di un regalo che Uno aveva fatto con le sue mani al (ri)fidanzatino di anni or furono. Fra i dolmen trentini e i cipressi innevati -miracolo della botanica-, c’è gente che vende pesce e trasporta cesti pieni di cose indefinite colorate secondo il sentimento di qualche artigiano o macchinario molto fantasioso. Uno zampognaro fuori misura si appoggia al cielo di carta blu con le stelline, ma nonostante stia stato messo a suonare per Gesù direttamente dal Paese d’Egitto (Madre sfoggia sempre una sorta di caravaggesco senso di predestinazione durante l’allestimento) spicca come Shaquille O’Neal in mezzo al paese dei Puffi. Un pastore indossa una tenuta color Radiant Orchid, precursore del Pantone 2014, mentre le fogge dei vestiti degli altri sembrano perlopiù opera dello stilista di Lady Gaga. In un angolo, il solito stupido dormiente, che Uno vorrebbe pensionare tutti gli anni, ma che Madre puntualmente ricolloca specificando che è un simbolo precisamente voluto da San Francesco. Uno ha qualche vago ricordo di Madre che le raccontava la storia del presepe da piccola, ma è troppo impegnata a chiedersi dove Tre ha intenzione di sistemare il fagiano grande come uno pterodattilo. Nella capanna, la Madonnina svedese con sguardo amorevole apre le braccia al suo bambino, mentre San Giuseppe guarda un punto a metà strada fra il velo di sua moglie, la culla e l’asinello. Non si sa perché il poveretto venga sempre scolpito in modo da fargli guardare l’immensità invece che il piccolo Gesù. Collocarlo è una missione di alta ingegneria: bisogna puntare con precisione la culla e poi ruotare l’intera cassapanca sotto ai suoi piedi, per non farlo sembrare in adorante contemplazione del palo portante della capanna. Dietro all’asino e al bue, Madre ha sistemato un corredo di attrezzi, paglia, fieno, ritagli di pile e vasi di coccio di tale sopraffina qualità che nella guida Michelin del 2014 la grotta di Betlemme verrà promossa a quattro stelle comfort, così la prossima volta imparano, quegli albergatori scortesi. Vicino alla capanna i posti sono assegnati da sempre: l’omino in ginocchio con il cappello pieno di uova per Gesù, e la famosa Ricottina, la statuina più contesa di casa.

È oggettivamente un'ansia.

È oggettivamente un’ansia.

Due diceva sempre che quella era la sua perché le somigliava. Per quanto Uno non avesse mai visto Due girare con zoccoli, bandana e scialle di lana, si era dovuta arrendere al fatto che si somigliassero molto, in effetti. Per lei e i suoi capelli lunghi non c’era una statuina, anche perché né all’epoca della divina natività né durante il medioevo francescano e periodi a seguire si ritraevano con benevolenza donne dalle lunghe chiome sparse come le sue. Col senno di poi, se avesse avuto un briciolo di caravaggesco senso di predestinazione come Madre, avrebbe capito tante cose. Quest’anno, Uno guarda la Ricottina. È davvero molto carina. Ha le mani appoggiate in vita e un fianco in fuori, e la ricottina a cui deve il suo nome elegantemente appoggiata sul cocuzzolo in barba alle leggi della fisica. Potrebbe essere mascarpone, o schiuma da barba, per quanto ne sa lei, ma la Ricottina è una fiaba che passa di madre in figlia da generazioni, ormai. Quindi non c’era scampo. Uno si fissa sulla faccia imbronciata della pastorella promossa a lattaia, e pensa che forse somiglia di più a lei. Sempre irritata, con l’aria superiore di chi non vorrebbe nemmeno essere lì, ma con la smania segreta di arrivarci comunque, là davanti. Due non lo sa, ma quella è la sua, di statuina. Uno la sposta un po’ più indietro, per non farla stare con il fiato sul collo alla Santa Vergine di Stoccolma, che come tutte le puerpere non ha voglia di gente assillante intorno. In cuor suo, spera che dall’alto dei cieli la Madonna le riconosca questa piccola attenzione.
«Vuoi mettere tu la stella cometa?» chiede Madre.
«Sì». Rituale collaudato. A lei toccano stella cometa e Angelo della Gloria. Uno pensa con dolore alla messa solenne di mezzanotte, al vescovo che non riesce a pronunciare adeguatamente Excelsis e al Gloria della Misa Criolla che il coro aveva cantato anni orsono, deturpandone il castigliano nonostante i suoi poveri sforzi. Rimangono tutti fermi nella penombra a guardare per qualche minuto le lucine lampeggiare isteriche per tutta Betlemme in mezzo alle centinaia di statuine ammucchiate una sull’altra.

«Sembra Città del Messico» commenta Tre.
«A te piace, Uno?» domanda Madre.
«Sì».

Wendy

*

Mamma2

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La Ricottina di nuovo a distanza di sicurezza




 

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