Sfumature d’accento

Scrivo questo post con la faccia crepata da un mezzo sorriso isterico, interrompendo una traduzione di Borges che mi sta venendo singolarmente male. Nelle ultime tre settimane ho sentito spesso parlare di questa disputa in termini decisamente accesi, limitandomi a sorridere e annuire alla testa coronata di turno che ci teneva le lezioni e/o i seminari del master. Stasera mi è venuta la curiosità e ho comprovato che sì, è vero.

In risposta a un quesito del quale non viene citata la data (non fuggite dalle vostre responsabilità, felloni!) l’Accademia della Crusca riporta che “è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza”. Stiamo parlando di accenti, nello specifico dell’accento sul sé di sé stesso. Mi sanguinano le dita solo a scriverlo. O magari dovrei smetterla di strapparmi le pellicine, devo decidere.

404333_301314449906550_143475802357083_796829_833756156_nRicordo ancora il 1996 e la mia maestra delle elementari, la terribile Suor Loretana, le sue guance senza neanche una ruga. Non so quanti anni avesse, l’ho incontrata di nuovo quattro anni fa ed è rimasta uguale, neanche una ruga. O è il Faust, o ordinarsi monache fa bene alla pelle, altro che Clio Makeup. Io vi ho avvisate. Ma comunque, la terribile Suor Loretana, che non aveva rughe né particolari vezzi da insegnante di materie scientifiche (le sottrazioni in colonna mi risultano tuttora oscure quanto la lingua di Mordor), sapeva molto, molto bene il fatto suo in quanto a grammatica della lingua italiana. E sé voleva l’accento sempre, quando era pronome. Tranne. Davanti. A. Stesso.

Ora io vorrei che gli Accademici della Crusca si fermassero un momento. Che tornassero indietro al 1996. E che sapessero che nel 1996 una bambina terrorizzata dalla sua maestra ha sudato l’anima su frasi e testi di italiano, da scrivere su righe che cambiavano dimensione di anno in anno, pur di mettersi in testa che tra sé e sé ha l’accento. ACUTO. E invece se stesso no. Che andassero a dirlo a lei, che da grande voleva scrivere gialli come Agatha Christie, che un giorno le sue fatiche sarebbero state prese a calci nel sedere perché Luca Serianni considerava sempre opportuno accentarlo.
No, caspita, no. Mi avete fatto fare un mucchio di fatica per niente, ho speso settimane della mia infanzia a guardare mia madre come se mi stesse parlando in cinese, perché non capivo quel maledetto accento. Come la RAE che decide di abolire sin ton ni son l’accento diacritico da sólo avverbio. Stanno ancora pulendo il sangue che ho sputato sui banchi della mia facoltà, per imparare a discernere in velocità fluency se dovevo accentare la parola o no. Non è giusto. Luca Serianni, mi rivolgo a te: sappi che io nel 2010 non ho scritto il mio saggio di Linguistica per Traduttori LM sul tuo libro. Ad oggi, la considero la mia rappresaglia preventiva meglio riuscita.

*Boiate a parte: sono molto contenta che il lemma sé stesso ricorra 33 volte nell’opera manzoniana. Tuttavia, se non chiudiamo più la gente nei lazzaretti, non giriamo con campanelli alle caviglie e cadaveri nei carri, e non bulleggiamo più le contadinelle lecchesi con evidenti scopi defloratori, possiamo anche considerare certe costumanze leggermente agé. Anche le overdose di accenti, per esempio.
Scusate, ma su certe cose divento isterica come Gollum. E imputo questo fenomeno alla terribile Suor Loretana.corporate-power-10

Wendy

(L’articolo della Crusca è consultabile qui: http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/accentazione-pronome-stesso)

2 thoughts on “Sfumature d’accento

    • La vera sfiga è che non esiste più il “danno morale” nel diritto italiano, quindi se facciamo ricorso non ci danno neanche dei soldi, a meno che non dimostriamo che c’è stato un danno biologico provocato da fattori psicologici.
      Presto, tirami in faccia la Gómez Torrego e spaccami un’orbita!

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