Dieci Piccoli Interpreti

Io questo post non volevo neanche scriverlo. Derido sempre gli autori italiani che scopiazzano se stessi all’infinito, e poi guarda qua, la prima che predica bene e razzola male. È solo che oggi ho assistito a una scena che mi ha fatto raggelare il sangue, e il mio cervello è partito da solo. Mi dispiace, è ancora giovane, sta imparando.

La tipica faccia del traduttore che parla dell'interprete

La tipica faccia del traduttore che parla dell’interprete

La scena riguardava uno dei dieci più o meno loschi figuri riportati qui di seguito. Devo ammettere  che la mia posizione verso la categoria degli interpreti è leggermente diffidente. Quasi appena un po’. Ricordo chiaramente le urla e gli improperi dei miei compagni di corso quando ho varcato la soglia della classe di traduzione, come se stessi commettendo un reato federale semplicemente scegliendo di non mettere la mia vita sotto vetro in una cabina. Non mi piace come professione, ma ciò non significa che non li abbia conosciuti da vicino. Molto da vicino. Alcuni forse troppo da vicino.

Overture.

1. La dea Kālī

Kali_danza_sul_cadavere_dello_sposoDall’alba dei tempi il suo destino era segnato nelle stelle. La vedi chiusa in cabina danzare leggera fra una parola e l’altra, ornata da una collana di teste tagliate ai professori ai quali è riuscita a strappare un 30 e lode in tutti gli esami di bilaterale, consecutiva, simultanea, contemporanea, classica, moderna e jazz. Riuscendo nel contempo a tingersi i capelli, passare l’aspirapolvere sotto al divano, portare il gatto a fare la vaccinazione e girare il risotto allo zafferano senza farlo attaccare. È per quello che nell’iconografia tradizionale ha tutte quelle braccia. Un/’interprete dea Kālī praticamente non si vede: non lo noti perché non si fa notare in facoltà o al lavoro, a meno che non ti sintonizzi sulla sua frequenza mentre sta lavorando, e lo/la odi perché sembra anche che stia sorridendo, mentre parla. Forse si sta addirittura passando il lucidalabbra. E quando sbaglia (ovvero una volta ogni eclissi solare), è a te che viene da chiedere scusa. “No mi scusi signor/a interprete, ho sentito che ha sbagliato una concordanza di genere, mi dispiace…”. Un/’interprete Kālī si riconosce anche dalla singolarissima predisposizione a dare consigli, a incoraggiare il prossimo e a parlare del suo percorso formativo. Io ne ho addirittura incontrata una che si è resa disponibile ad aiutarmi con le mie traduzioni. Infatti andrà a vivere a Roma, il mio solito fattore C.

2. Il Moschettiere

L'Interprete Moschettiere alle prese con la simultanea

L’Interprete Moschettiere alle prese con la simultanea

“Tutti per uno, uno per tutti!”. L’interprete Moschettiere è una delle tipologie più tipiche e anche un po’ patetiche di interprete. Infatti tendenzialmente nella vita non fa l’interprete. Lo vedi perché gira a gruppetti di 4-5 per la facoltà, sempre insieme. Sempre, morbosamente, insieme. Organizzano dei simpatici picnic in aula cabine dalle 5.30 della mattina alle 22.15 della notte perché devono allenarsi. Insieme, ovviamente. Poi tornano ognuna (generalmente si parla di donne) alle proprie case, non senza prima essersi schioccate un bacione *PCIÚ* su entrambe le guance con tutte le altre Moschettiere, e cominciano a ribaltare barili di acido sulla performance delle proprie compagne di studio. Non fanno un 25 in quattro, ma ciascuna è convinta che la prossima sarà la volta buona, e che finalmente potrà smettere di studiare con quelle pesantone. Oppure aspettano i finali per “fargliela vedere io”, e prendono tutte il minimo dei voti e un calcio in culo. Da cui altre lamentele, eterne e infinite, perché “non è possibile che abbia preso veramente lo stesso voto di quella. La lamentela generalmente finisce quando vengono assunte in qualche gelateria, scuola elementare o punto vendita Calzedonia ai quattro lati d’Italia e smettono di vedersi per il resto della propria vita.

3. Il Ninja

E qui vi voglio. Non fatevi ingannare dalla connotazione di questo terminone cattivo. Il Ninja in verità non è malvagio, anzi. Magari è molto804 specializzato su un certo determinato argomento e non spazia proprio su tutto il cosmo dello scibile umano, e diciamo che si accontenta di una sana bilaterale o trattativa. Che gli riescono molto bene, fra l’altro. Verrebbe da chiedergli quasi perché non punti più in alto, stante il talento. Fatelo, provateci. Si materializzerà davanti ai vostri occhi un sorrisetto imbarazzato, e magari il vostro fino ad allora fluentissimo interlocutore comincerà a balbettare. Ehm, cioè, veramente… Veramente, il/a Ninja non è un/’ interprete. È un/a traduttore/traduttrice. E non ci va in cabina a parlare con la vocetta impostata “Leggere attentamente il foglio illustrativo, non somministrare sotto i dodici anni” perché si vergogna. Si prende il suo tempo parlando delle piantagioni di lattughe iceberg dell’Andalusia seduto/a al tavolo di una fiera dell’ortofrutta e torna a casa felice. Perché un po’di adrenalina e brivido tengono svegli nelle lunghe nottate di traduzione seduti davanti a un PC. E poi sai mai che ti capiti di intervistare qualcuno di importante, prima o poi…*

4. Il Gangnam Style

gangnam-style-featureEcco, questo è un altro discorso. Questo non solo non è un interprete, come il Ninja, ma non ha la più pallida idea di quel che sta facendo. E si accorge di quanto sia difficile la professione dell’interprete quando ormai è seduto di fianco a un relatore a interromperlo ogni tre parole per paura di dimenticarsi quello che si sta dicendo. Hint: il foglio e la penna che hai davanti NON sono lì per giocare a tris con i tuoi vicini di banco. Ma no, il Gangnam Style non ci pensa, e comincia a sudare freddo davanti a tutti, la bocca si impasta, i battiti accelerano. Se è maschio, si allenta la cravatta. “And we were both sitting on that sofa…” – “Eeeeee…allora…eravamo sedute sul tavolo“*. Fuochino. Alla fine la platea ci sta comunque, attenta e concentrata. Per capire fino a che punto riesce a spingersi quella storia dalle pieghe assurde che parla di gente seduta sui mobili a caso, e città dell’Uganda che vengono spostate improvvisamente in Olanda. Sicuramente la lezione l’ha imparata, ma resta di fatto che fa schifo. Ma così schifo, che quasi ti piace.

5. Misery Non Deve Morire

annie_katePazzo maniaco. Potrei chiudere qui il paragrafo ma non mi negherò la possibilità di denunciare l’esistenza di questi pericolosi soggetti. Dormono con la
testa su un cuscino di glossari con gli occhi tenuti aperti da due stuzzicadenti per leggere in tempo reale le ultime ANSA dal Caucaso o dalle Isole Farøer. Girano per casa con le cuffie nelle orecchie per riascoltare se stessi parlare dell’economia del Botswana a ripetizione, tutto il santo pomeriggio. Se ci metti troppo tempo a fare la doccia la mattina, creano delle armi rudimentali con le pile di Sole24Ore che conservano dalla crisi del ’29 e ti ci ammazzano, perché prima che sorga l’alba devono uscire per andare a far cabina con le loro amichette Moschettiere. Sì, perché i Misery (nomen omen) si accompagnano bene per quanto riguarda gli aspetti di fondamentalismo maniacale, per quanto presto si ritrovino annoiati dalle loro chiacchiere e dai loro bacetti *PCIÚ*, perché le carezze dei cani attaccano le pulci. Pulci, peste bubbonica, Yersinia Pestis, 1630, Alessandro Manzoni, la madre di Cecilia, santa Cecilia patrona dei musicisti, musica, ma sì, va’ avevo voglia di ascoltarmi una canzone da iTunes. No cacchio, ho sbagliato a pronunciare Yersinia Pestis…!!! Ecco, adesso mi boccia.

6. Il Nicole Kidman

Nicole-Kidman-InterpreterQuesta è la persona che dovrebbe rispondere ai vari “Oh cielo, traduci/fai l’interprete? Viaggerai spessissimo!” che ci rivolge la plebe. A differenza di noi traduttori che misuriamo l’area dei nostri sederi elevandone il lato alla seconda e degli interpreti normali che si fanno flebo di henné per nascondere i capelli bianchi, ecco che il Nicole Kidman entra ed esce di casa con una valigia grande come la nazione svizzera, un sorriso da parte a parte e una gradazione di tintarella diversa ogni volta. Saluta con la manina, sta via mesi, poi torna. La valigia non è nemmeno detto che sia la stessa. “Ero in Belize, è passato mica quello di Enel? – No scusa, è che sto partendo per la Papuasia, ti posso lasciare la mia tartaruga d’acqua bicentenaria? – Sì, ho un convegno sabato sera a Parigi e un altro domenica mattina ad Atene, infatti mi sa che dormo a Gallarate perché ho calcolato che è esattamente nel mezzo…”. E nel frattempo magari risolvono conflitti, salvano specie animali in via di estinzione o sventano un disastro nucleare. Non è che li invidiamo (tutti, nessuno escluso): gli daremmo proprio fuoco insieme alla loro amica valigia e alla tartaruga d’acqua bicentenaria. Ma sotto sotto li amiamo anche un po’, perché sono gli unici a postare cose veramente interessanti e meritevoli su Facebook. Che poi i Nicole Kidman passino più tempo alla spiaggia e circondati da panorama mozzafiato di quanto non ne trascorrano in cabina e con le cuffie, questa è una volgare illazione di bassissima lega che non ho intenzione di portare avanti qui.

7. Il Barbalbero

entbarba“L’Entaconsulta ha deciso che non siete orchi”. E dorme. Il Barbalbero in natura si trova confinato nelle aule universitarie, nonostante la non più fresca età. Ormai le matricole gli/le danno del lei, e qualcuna si azzarda perfino a chiedere a che ora e in che aula si terrà l’esame della sua materia. Il Barbalbero però si sente giovane dentro, per questo si circonda di giovinezza anche fuori. Come si fa con le piante secolari, per scoprirne l’età è necessario segarlo in due all’altezza dell’ombelico e contarne i cerchi, ricordando che a ciascuno di essi corrisponde un esame di interpretazione non passato. Hanno fatto scadere più parziali che uova nel frigo, in tutta la loro carriera. La FAO li sta cercando, per questo. Anche il WWF, visto che sono rimasti senza tartarughe giganti delle Galapagos da difendere. Non c’è bisogno di rimarcare il fatto che il Barbalbero dovrebbe pensare a una strada alternativa per la sua carriera, che avrebbe dovuto farlo dieci anni fa, quando ancora gli statini si scrivevano a mano e gli esami si prenotavano scrivendo nome e cognome sulla porta delle aule. Lui/lei lo sa, ma l’ha presa con filosofia. Ogni esame segato è un giro di corteccia, perché “se non uccide, fortifica”. Tesori, prima che vi crescano addosso anche i licheni, due domande fatevele per davvero.

8. Lo Spike

Non si sa bene cosa ci faccia con una laurea in mediazione in mano, ma il fatto che sorrida sornione al fotografo la dice lunga sullo stato psico-emotivo Notting-Hill-Rhys_lin cui è arrivato alla laurea (triennale o magistrale che sia). Appena uscito la piegherà come un origami e ci farà un Babaloos, poi si metterà la salopette e andrà a fare il benzinaio. Lo Spike è una persona semplice: non so perché sono finito/a qui, ma adesso ho fatto e me ne vado. Sic et simpliciter, senza stare a far su troppo polverone. Non c’entrava niente e l’ha sempre saputo, nonostante le due lingue madri che parla fluentemente ma che, per qualche mistero, si attorcigliano così fastidiosamente fra di loro quando arriva il momento di saltellare da una all’altra. Vai, una sbronza clamorosa alla festa di laurea. È finita.

9. Il Dawson Leery

True_Love_Dawson_CryingPadre e capostipite di tutta la razza dei frignoni, compreso il Giovane Werther dei Dieci Piccoli Traduttori. Ha già prenotato la sessione di botox per farsi togliere la ruga da piagnisteo dal mezzo della fronte, ma non sa che gli amici attorno a lui/lei hanno prenotato anche una rinoplastica per rimettergli/le a posto il naso dopo la valanga di cazzotti che costui/costei si meriterebbe di ricevere (e che riceverà, se non se la smette con quel suo esecrabile attention seeking). Non è mai bravo, non sa mai fare, non è mai in grado. Piange, anche. Se serve piange, sissignore. Finge svenimenti, finge umiltà, finge ammirazione verso i suoi compagni di studio e Dio solo sa cos’altro. L’importante è essere sempre falsi come un Made in China, leziosi come una pensionata londinese, riverenti come un giapponese e tirarsi addosso più complimenti possibile, se non arriviamo a 10 non finiamo la giornata. C’è un po’di Dawson Leery in tutti voi, fatevene una ragione. Credo dipenda dal fatto che, per quanto ci proviate, le cifre dello spread degli ultimi 5 anni non possono darvi quel che di pienezza e di risposte che dà a noi, per esempio, la traduzione di cose belle, o la loro lettura per personale sollucchero, e io lo capisco. Però ragazzi, avete veramente mantecato le balle.

10. Il Fonzie*

È a questa tipologia di interprete che dovete l’acido di questo post. Maschio, un metro e ottanta di omosessualità non ancora pienamente accettata ma Henry%20Winkler%20-%20Fonzietroppo felice di se stessa per nascondersi, giacca di pelle, musetto intristito stile Lana del Rey e sigaretta rollata a mano. Mente alle proprie compagne di corso con una sfacciataggine e una mancanza di talento tali da fare concorrenza a un’anchor woman. Arriva una matricola al settimo cielo annunciando che probabilmente la ripescheranno a interpretazione. Il Fonzie/Lana del Rey storce il nasino e la guarda con pietà. “Tesoro, è una notizia molto bella. Però ricordati che siamo in tanti, e che il livello è veramente alto… insomma, di sedici che siamo, secondo me almeno dieci non ne sono assolutamente in grado, per dire. Nel senso, è davvero molto dura, e onestamente… vuoi la verità? Te la dico eh… secondo me con il tuo livello non ce la fai”. Dalla sedia alla sua sinistra, una voce scocciata lo richiama: “Scusa, ma io per caso ti ho visto al test di ammissione del Master di Editoriale?” – “Eh, in verità sì, ma non sono passato”. Ma non mi dire, stellina. La storia è andata avanti in maniera tale che il Fonzie, troppo bravo a pavoneggiarsi e troppo poco bravo nella realtà, se n’è andato con la coda fra le gambe in mezzo agli altri presunti non-bravissimi. E la matricola, se verrà ripescata, andrà a fargli il culo.

* Episodi realmente accaduti, referenze disponibili su richiesta

 Wendy

6 thoughts on “Dieci Piccoli Interpreti

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