Fatto il misfatto: la traduzione di Harry Potter

Oggi parliamo di classici e di traduzione dei classici. Non mi riferisco a Omero, Cervantes o Shakespeare (per quanto in certi casi prude quasi la penna rossa, leggendo certe cose), ma ai “neoclassici”, cioè le novità editoriali assunte, più o meno a ragione, al cielo della Letteratura con la L maiuscola. Ammetto di stare parlando con una certa dose di preveggenza cassandresca: del resto gran parte di queste nuove pietre miliari letterarie ancora non vengono insegnate nelle scuole (eccetto in rari casi di istituti o insegnanti particolarmente illuminati o all’avanguardia), ma sicuramente nomi come Il Signore degli Anelli e Le Cronache di Narnia, fino ad arrivare a Harry Potter, sono fenomeni letterari e para tali che sicuramente non possono essere presi con la stessa leggerezza della collana dei Piccoli Brividi di quando ero bambina (se qualcuno dovesse aver notato l’assenza dei polpettoni vampireschi firmati Stephenie Meyer: elementare Watson).

images-8Ma tornando ai nostri elfi, hobbit e maghi a vario titolo. La cosa che più mi colpisce, di queste saghe, è quanto siano in grado di saltellare di generazione in generazione come se fossero la novità editoriale della settimana precedente invece che opere di minimo vent’anni (il che mi fa sentire decisamente vecchia). Tuttavia, durante gli anni ho assistito, specie nel caso del maghetto inglese, a una specie di accanimento terapeutico sulla traduzione di queste opere, una vivisezione linguistica pari forse a quella delle Sacre Scritture. Qualche esempio.

In quanto non più giovane di primo pelo, io faccio parte della categoria di ex ragazzini italiani che nel 1998 hanno letto per la prima volta Harry Potter e la Pietra Filosofale come se si trattasse di un racconto per bambini, invece che del candido prequel degli ultimi tre truculentissimi romanzi. All’epoca, noi bimbetti ci costruivamo bacchette da prestigiatore (perché così erano illustrate) e venivamo smistati in quattro casate: Grifondoro, Tassorosso, Serpeverde e Pecoranera. Non conosco nessuno che non abbia salutato con entusiasmo la nuova traduzione di Marina Astrologo e la nuova casata Corvonero. È la dura legge di Hollywood, quando qualche manigoldo si decide a trasporre la carta sulla pellicola, è piuttosto facile che gli italiani si accorgano che l’animale totem dei Ravenclaw non bela e non bruca l’erbetta sui prati. E la vita è andata bene più o meno fino a quando è avvenuta la svolta noir della buona JK. Poi sono arrivati gli Horcrux, tanto introvabili quanto intraducibili, e sono d’accordo. Purtroppo però non ho mai condiviso la scelta di uccidere gran parte dei nomi parlanti del libro, preservandone e traducendone invece altri di importanza decisamente minore. Perché Malocchio è Moody ma Mirtilla è Malcontenta? Mai capito. Come diamine devo pronunciare Horcrux se sono una casalinga che non è mai uscita dai sicuri confini di Vimercate o Cirò Marina, ma voglio comunque leggere Harry Potter ai miei figli? L’impressione che ho sempre avuto è stata che, con il passare degli anni e dei libri, a JK Rowling si sia leggermente seccata la vena creativa, alla traduttrice sia scesa la catena, e a un lettore antipatico e capriccioso come me si  sia arricciato il naso dal disappunto. Sette libri da reggere sono tanti per tutti, del resto.

shield_huf Ma al peggio non c’è mai fine, ed ecco che al grido di Assemble qualcuno si è radunato e ha riaperto i punti di sutura, risistemando la traduzione di Harry Potter da capo a piedi e viceversa (2011). No anzi, come ha affermato Maria Grazia Mazzitelli di Salani, «Si tratta non di una nuova traduzione, ma di una revisione che tiene conto di tutto lo sviluppo delle vicende, una sorta di edizione definitiva». La cosa veramente curiosa è stata che, forse per la prima volta in maniera così eclatante almeno per la letteratura fantasy, il traduttore ha avuto decisa visibilità. Sicuramente nei colpi secchi di diverse migliaia di persone dai tredici anni in su. Perché se era difficile capire il motivo soggiacente il nome di Malocchio Moody, è decisamente più oscuro immaginarsi come mai improvvisamente a Hogwarts abbiano deciso di sradicare il Platano Picchiatore e di piantare al suo posto un Salice Schiaffeggiante. Puritanesimo linguistico? Forse, ma mi chiedo come mai la dura legge di Hollywood questa volta non abbia colpito. Il violento alberello dei film con Daniel Radcliffe non somiglia a un salice neanche nell’immaginario più ignorante di questa vita. Peraltro, il salice per un ragazzo/ragazzino richiama la nonna fantasma di Pocahontas, non Harry Potter. Capisco che i platani sporchino, specialmente a fine estate, ma come intervento mi è parso piuttosto brutale. Al pari quasi della chiusura di Tassorosso e dell’apertura di Tassofrasso. Quasi. Anche qui, è dura capire perché il tasso non gli piacesse più rosso ma frasso. Forse perché il colore dei Tassorosso è il giallo e non il rosso? Non si offende nessuno, giuro. Nessuno si è mai lamentato che i Corvonero in verità sarebbero blu. Conosco molta gente che invece non dico si potrebbe offendere, ma sicuramente si trova in difficoltà a leggere il nome di Minerva McGonagall. Per prima cosa, i film sono già stati tradotti con McGranitt, quindi mi aspetto che un lettorino del futuro pensi che ci sia stato stato un turnover nel corpo docenti di Hogwarts. Beati loro, stante la situazione che c’è in Italia. Ma anche se fosse, non mi immagino proprio mia madre a leggere McGonagall. O magari sì, qualcosa tipo Meggonagàl, che nel migliore dei casi sembra un cognome veneto o un’esclamazione ferrarese, ma che sicuramente in qualche sperduto dialetto italiano vuol dire una robaccia. Tanto succede sempre così. Stessa storia per il povero Colin Canon, costretto ad abbandonare cognome e reflex (troppo hipster…?), e per Neville Paciock, tornato ad essere Longbottom per sommo stupore del suo pubblico di sostenitori italiani.

ron-harry-potter-meme1Insomma, una versione definitiva che ha ucciso diversi personaggi, cancellato i nomi a cui intere generazioni di adolescenti si erano abituati ed affezionati, e ha allontanato il libro non solo dalla versione cinematografica (che per quanto possa non piacerci, come compromesso, è da tenere in conto), ma anche dal cuore dei futuri lettori. Ha ragione il proverbio del latte versato: non si può porre rimedio a posteriori ai misfatti già combinati. Specie se questi “misfatti” linguistici, o per la maggior parte presunti tali, sono stati scolpiti nella storia un blockbuster dopo l’altro.

Wendy

One thought on “Fatto il misfatto: la traduzione di Harry Potter

  1. Ma sei venuta anche tu a lanciare sguardi di disappunto a Bartezzaghi tutto felice che spiegava la sua traduzione al Salone?

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