Dieci Piccoli Traduttori

Non tutti i traduttori sono uguali. Andrebbe anche detto che non tutti i traduttori sono traduttori, ma visto che è il primo post, non mettiamoci a fare troppa polemica, dico io. Tanto succederà comunque. Il nostro bellissimo mestiere è quanto di più caleidoscopico esista al mondo, e forse è uno dei motivi per cui, sotto la patina di fatica e sporadica disperazione, lo amiamo così tanto.

Mi sono spesso sentita dire che noi traduttori non siamo normali, che per fare il traduttore una persona debba avere un certo quantitativo di neuroni spanati come le viti dei mobili Ikea quando cerchi di stringerle con strumenti normali. Allora mi sono messa a guardarmi intorno, e mi sono accorta che effettivamente il panorama faunistico della traduzione ha diverse caratteristiche più o meno inquietanti, a seconda della specie. E siccome ultimamente va di moda fare le classifiche in base dieci, ecco a voi i miei personalissimi Dieci Piccoli Traduttori:


1. L’Hermione Granger

Hermione Granger

Lui/lei sa. Tutto. Punto e basta, arrenditi. Ricorrono centododici anni dalla traduzione di tal libro disperso nei meandri della letteratura fiamminga, lui lo sa. La Repubblica Ceca tira ben dieci copie all’anno di una rivista interamente dedicata alla traduzione islandese-urdu dei bugiardini delle supposte, e lei è abbonata. Hanno la mano alzata, sempre, anche quando dormono nel caso gli parta una videocall accidentale su Skype. Spesso però si rivelano più innocui di quanto non si pensi, su campo: non sufficientemente abili da giustificare un’emorragia di spese pari a quella che portano avanti per sapere sempre tutto di tutti, partecipare a tutte le fiere e comprare l’intera bibliografia di Umberto Eco, che giurano su Dio essere il loro mentore indiscusso ora e per sempre. Del resto, come succede al personaggio di cui portano il nome, il lavoro sporco lo fa qualcun altro, loro sono i depositari della memoria storica e dell’antico fuoco del sapere traduttologico. Ma non è tutto qui: fra le cose sapute e saputissime dall’Hermione Granger c’è anche il tuo libretto universitario esame per esame, l’orario della tua laurea, ogni svolta del tuo CV (dettaglio squisitamente fornitogli da LinkedIn, in mancanza di un contatto diretto), il tuo gruppo sanguigno e il risultato del tuo ultimo esame delle urine.

 2. Il Billy Elliot

Billy ElliotUna specie in via di estinzione della quale neppure il WWF è stato messo al corrente. Per il semplice fatto che i Billy Elliot non sanno nemmeno di essere Billy Elliot, e questo è il primo passo verso la loro fatale rovina. Il traduttore Billy Elliot è un genio, ma di quel tipo di genio particolare che non si rende conto di esserlo. Per lui/lei la traduzione, quella bella e fatta bene, è qualcosa di naturale, quasi quanto respirare o sapere sette lingue fra cui alcune in disuso da secoli. Questa tipologia di traduttore, avvistata solo di rado nelle migliori scuole di traduzione di Italia, ha la tendenza a vivere in gruppo con gli altri Billy Elliot, motivo per cui, inevitabilmente, soffre molto di solitudine. Oltretutto risente pesantemente delle invidie delle altre tipologie di traduttore, che nella sua totale ingenuità non riesce a spiegarsi. È talento puro, cristallino, inarrivabile. Peccato che in questo settore servano anche le famose “quattro dita di pelo sullo stomaco”, che lui/lei non riesce mai a farsi crescere. Solo dopo due anni di partita IVA impara ad annullare le marche da bollo, per dire. Per questo motivo, spesso e volentieri si accompagna anche ai pochi rappresentanti della categoria successiva dotati di vedute atipicamente più larghe.

3. Il Fabio Grosso

5c11Nemesi del Billy Elliot, il Fabio Grosso dispone di ottime capacità tecniche e organizzative, che tuttavia non riescono a compensare una leggera mancanza di talento. Non che non sia un buon traduttore, intendiamoci. Ma è proprio questo, un “buon traduttore”, quella frasetta con quell’aggettivo né carne né pesce lì davanti. Non ha “la mano”, non è “il talento”, non toglie il fiato con le sue creazioni e non scatena ondate di emozioni attraverso i suoi lavori. “Una vita da mediano, che natura non ti ha dato né lo spunto della punta, né del 10, che peccato”. E per questo, spesso rosica. Eterna medaglia d’argento, davanti al Fabio Grosso si apre sempre un bivio: regredire a misero/a Hermione Granger e vivere il resto dei propri giorni all’insegna di Maalox e aggiornamenti di SDL, o mettere a frutto l’unica cosa che il Billy Elliot non ha, ovvero la disciplina, il potere della regia, il pelo sullo stomaco. Quando questo allineamento planetario ha luogo, si dice che sulla faccia della Terra nascano dei meravigliosi e capacissimi PM. “Anni di fatiche e botte, e vinci casomai i mondiali”.

4. Il Mika

MikaIl traduttore Mika è una categoria molto comune ma leggermente di sponda rispetto al traduttore normale (ammesso che ne esista uno). Per prima cosa va specificato che il Mika è quasi sempre uomo, a differenza delle altre categorie che sono miste. Si riconosce un futuro Mika perché passeggia per i corridoi delle facoltà vestito di gialloverdeblufioratoscarperosse, sgargiante come un catarifrangente in A14, con il cardigan (a righine) legato a tracolla e messaggi importanti sulla maglietta destinati alla conversione dell’umanità (spesso camuffati da pun linguistici di un certo livello di raffinatezza, che anche i Billy Elliot decifrano solo dopo qualche giorno). Il Mika laureato è riconoscibile dal piccolo muso pouting che tira fuori quando, durante le presentazioni, dichiara di essere un traduttore. Adora le sciarpe, di qualsiasi colore e modello, quasi quanto i libri di Haruki Murakami, Herman Hesse, Paulo Coelho e Pier Paolo Pasolini. Le sue creazioni con Instagram sono eguagliate solo da certi Caravaggio peraltro non presenti sul suolo italiano. Per il Mika la traduzione è un passatempo secondario: edonista e sofisticato, questa professione è una scusa come un’altra per perseguire più da vicino la propria personale ricerca del bello. Questo nei rari momenti in cui lo si può vedere sobrio e lontano dall’obiettivo delle fotocamere di tutti i locali della città.

5. L’Alberto Nardi

L'Alberto Nardi“Lei non sa chi sono io”. No, infatti. Il traduttore (ma più spesso la traduttrice) Alberto Nardi è una specie particolare, nonché ben nutrita. Spesso collimano, e anzi si scelgono come partner, con gli Hermione Granger, senza tuttavia riuscire a raggiungerne la fastidiosa puntigliosità, ringraziando la Madonna. Similmente al Billy Elliot, non vedono i problemi che li circondano, ma, ahimè, per completa astrazione dalla realtà piuttosto che per reale ingenuità. La cosa che spicca di più in un traduttore Alberto Nardi è l’assoluta mancanza di talento, oltre che un amore piuttosto imbarazzante per clip art e foto degne della cartella immagini campione di Windows 1989. Però ci crede, ci crede fino in fondo, fino a diventare ridicolo, se serve. Tanto la sua sorniona bonarietà gli farà da scudo, sempre. Notabene: la letteratura riporta di numerosi esemplari di Alberto Nardi che tengono una cattedra universitaria dalla parte del manico. Non sono stati registrati incontri felici con altre tipologie di traduttore, esclusa appunto l’Hermione Granger, con la quale condivide peraltro la morbosa passione per gli altrui fattacci.

6. La Talpa Cesira

OLYMPUS DIGITAL CAMERANon si sa veramente chi sia o cosa faccia nella vita. Lo/la si vede emergere dalle profondità del suo buco carico/a dello zaino Invicta in coppa modello Messner, i (quattro) capelli unti e il tipico doppio culo di bottiglia sugli occhi, immancabile quasi quanto l’acne. Nessuno ne conosce le abitudini di vita, nemmeno i coinquilini, che in molti casi decidono di basarsi sull’eventuale odore di decomposizione proveniente dalla sua camera per decidere se la Talpa Cesira è vivo o no. Non ha pareri da difendere nei dibattiti traduttivi, la sua versione non viene mai letta in università e certo lui/lei non si sforza per ottenere alcun riconoscimento per le proprie fatiche. Incontra il disprezzo dei Billy Elliot, mentre suscita ilarità nella maggior parte delle altre categorie di traduttore. Gli si riconosce uno smodato amore per i sinonimi e i contrari, e una spiccata propensione a catalogare le schede di Multiterm ricordando meticolosamente di mettere o non mettere le maiuscole a seconda del campo in cui sta operando. Di fatto non è ancora chiaro se sappia fare altro, nella sua vita, né se la sua ambizione traduttiva riesca a sopravvivere ai due anni di età. Il più delle volte, scompare dietro alla scrivania di un ufficio commerciale, e se ne perdono per sempre le tracce.

7. Mystique

Mystique_x3Io li amo. I traduttori Mystique sono il mio amore inconfessato: persone troppo eclettiche per decidere di confinare la propria vita su una tastiera qwerty al grido di Amami, Trados. E così si laureano sorridenti, orgogliosi della propria splendida tesi, si tolgono la corona d’alloro e indossano il costume di scena. O partono per anni come aiuto educatori in Brasile. O si mettono a studiare sevillana, o magari fisica nucleare, senza nessun altro motivo che perché sì. Perché per tradurre c’è sempre tempo, per fare l’attore/attrice no. Vogliono darsi un’ultima possibilità prima di dividere il mondo in stringhe allineate, e come biasimarli. Poi tornano come tanti Hobbit fedeli alla propria plurilingue Contea, ma nel frattempo hanno visto i draghi, gli Elfi e i Nani. I Fabio Grosso non li capiscono e non li apprezzano fino in fondo, gli Alberto Nardi li tacciano di superficialità e scarsa professionalità, i Billy Elliot sotto sotto li invidiano. Avere molte passioni e saper dare spazio a tutte è una dote con i contromazzi, del resto. I problemi si presentano quando i Mystique si rendono conto al ritorno che hanno la mano decisamente arrugginita, e che l’ultima volta che hanno usato SDL scrivevano con l’alfabeto cuneiforme. Ma tanto a farsi il culo sono abituati, non sarà mica la prima volta che capita…

8. Il Triennalista

jenCapiamoci subito: non ho niente contro i triennalisti o contro chi si ferma dopo tre anni senza completare il famoso +2. Anch’io sono stata triennalista, tutti noi figli della riforma di Bologna lo siamo stati. Ma il Triennalista è un’altra cosa. Ha quarant’anni suonati, una famiglia, un mutuo e, in potenza, un sacco di roba da fare, ma insegue ancora il suo sogno. Che in verità non si sa bene quale sia. Ha a che fare con qualche lingua straniera, forse, ma la traduzione nooooooo, ma come fai a fare quel lavoraccio? Che noia! Per cui si lancia in progetti tanto ambiziosi quanto mediocri, nei quali ohimè emerge lapalissiano un unico dato: se ti sei fermato vent’anni fa e hai frequentato una scuoletta da ridere per tre anni, il tuo [inserire lingua straniera qui] rifletterà esattamente questi ventitré anni di nulla eterno. Il Triennalista non ha una categoria particolare con cui va d’accordo o meno. Di base cerca di tiranneggiare tutti: gli Enrico La Talpa e gli Alberto Nardi quando ne sanno meno di lui/lei (incredibile ma capita), i Billy Elliot e i Fabio Grosso giocandosela sul senso di colpa “Non penserai che questo sia VERAMENTE il lavoro della vita, veeeero?”, tutti gli altri allocchi con l’aria da uomo/donna arrivato/a, dal grande istinto imprenditoriale e dal roseo futuro davanti. Un futuro che però è tramontato nel momento stesso in cui la scelta è ricaduta su “ma no, dai, fermiamoci qui che tutto quello che c’era da imparare l’ho imparato”. A-ha.

9. Il Giovane Werther (vero o sedicente tale)

werther-e-i-suoi-dolori-dolorosiAhi ahi. Qui in verità fischieranno molte orecchie, comprese le mie. Sì perché per quanto sia vero che il nostro mestiere è meraviglioso e che noi traduttori siamo una razza eclettica e sfaccettata, è vero anche che un tratto comune ce l’abbiamo tutti. Ed è la frigna facile. In certi determinati casi, però, questa piaga d’Egitto diventa il carattere dominante, creando degli autentici mostri dal piagnisteo tanto teatrale quanto molesto. Lo studiatissimo “Oh numi celesti, quanto sono piccolo e nero!” esce fuori ogni qualvolta il Giovane Werther, in carenza probabilmente da endorfine o caffeina, ha bisogno di una pacca sulla spalla e di un “Mannooò che sei così bravoooo” da parte di tutti i suoi colleghi e di gran parte dell’affezionatissimo pubblico. Possono sussistere cause serie, come la mancata ammissione all’esame della vita, un feedback particolarmente negativo in un lavoro importante, il gatto morto il giorno prima, ma è comunque bene ricordare che il Giovane Werther che risiede in misura più o meno grande in ciascuno di noi va tenuto a giusto freno, e controllato con più bastone che carota. Va tuttavia specificato che il gene Werther dominante, più che nei traduttori, lo si trova negli interpreti, forse anche a causa della leggera, sfumata, quasi impercettibilmente impalpabile vena primadonnistica che li caratterizza (esclusa la mia vicina di casa, che andrebbe iscritta in un’undicesima categoria a parte, quella dell’Olimpo, se solo stessimo parlando degli interpreti). Memento di sicurezza: la coda di paglia non è mai un bell’affare.

10. Il porchettaro di Lampugnano

Il Porchettaro di LampugnanoCosa c’entra, mi chiederete voi? Per prima cosa volevo farvi venire fame, e per seconda cosa volevo spostare l’attenzione sulla fermata Lampugnano, uno dei posti più brutti di Milano, dove però si erge il Palasharp, che nel 2010 ha ospitato il concerto dei Backstreet Boys. Continua a non avere niente a che fare con la traduzione? Poco male. Il porchettaro/la porchettara nemmeno. Si parla di una specie di sottomarca dell’Alberto Nardi, quello che non ci crede nemmeno, che lavora tre giorni all’anno in progetti rimediati dal/la proprio/a migliore amico/a e fa scrivere “traduttore” sulla carta di identità anche se ha preso la triennale di Lingue e Letterature Straniere ma ha solo tradotto la poesia di Natale del cuginetto Federico su Skype alla moglie dello zio d’America. Tristemente (e dico tristemente perché conosco dei meravigliosi Billy Elliot impegnati in questo settore che devono fare a botte con i porchettari), il porchettaro di Lampugnano spesso e volentieri si dedica al sottotitolaggio, altrettanto spesso e volentieri producendo quegli abomini meritevoli di scomunica che infestano MTV, RealTime e le menti idiote degli adolescenti. Nonostante siano traduttori quanto io armata di Tachipirina posso essere definita medico, il loro potere è vastissimo. Ammorbando i canali multimediali, infatti, sono i primi a diffondere il linguaggio a tutti gli strati della popolazione e a tutte le fasce d’età. Loro, che nemmeno se prendono la congiuntivite si ricordano che esistono altri verbi oltre al presente e imperfetto indicativo. Dimenticavo: se non ti riconosci in nessuna delle categorie precedenti, è altamente probabile che tu appartenga a questa.

Ah, un’ultima cosa. L’assassino è il maggiordomo.

Ovviamente.

Wendy

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